SOUND ON: il suono a servizio del brand per renderlo riconoscibile anche ad occhi chiusi

Perchè utilizzare il Suono per farsi sentire davvero nell’ecosistema comunicativo di oggi?

Viviamo in una società in cui la cultura dell’immagine fa da assoluta padrona da almeno quattro decenni. Le nostre città sono sature di comunicazione visiva che, non sempre, è ancora in grado di raggiungere i propri obiettivi. L’asticella per i creativi di immagine oggi è davvero alta e sembra sempre più evidente che l’immagine vada supportata con altri linguaggi e coinvolgendo anche altri sensi.

Quando ci troviamo davanti ad un cliente a cui vogliamo far comprendere fino in fondo l’importanza che il suono potrebbe avere nei processi comunicativi del suo brand, spesso iniziamo proprio chiedendogli di raccontarci un messaggio visivo che lo ha particolarmente colpito nei due giorni precedenti (considerando che in una città come Roma o Milano si è mediamente esposti a migliaia di messaggi pubblicitari visivi ogni giorno) e, incredibilmente, nella stragrande maggioranza dei casi la risposta è la medesima: nessuno, uno… al massimo due.
Ok, non so a voi, ma questa risposta ci ha dato molto da riflettere.

Vuoi il sovraffollamento di immagini, vuoi uno stile di vita in costante mobilità e tanti altri fattori, ma oggi l’immagine va supportata se non addirittura rappresentata laddove essa non fosse in grado di penetrare (ad esempio nei numerosi momenti off-screen della nostra giornata ed in quei touchpoint attualmente non attivati semplicemente perché non visibili… ma, magari, “udibili”). Se ci pensate, oggi, siamo costantemente collegati ad una fonte audio, che siano gli immancabili headphones collegati al telefono o Alexa/Google nelle nostre case e nei nostri uffici. In qualsiasi momento il brand ci trova all’ascolto, dal commuting verso l’ufficio, in palestra o quando cuciniamo…

Proprio queste riflessioni trovano supporto concreto in quella che oggi si mostra a noi come una nuova “Golden Age” dell’audio, in cui piattaforme come Spotify ed Audible sono in costante crescita, così come il podcasting e l’utilizzo sempre più diffuso dell’Audio Branding nelle dinamiche marketing delle aziende.

Il suono è un linguaggio primordiale (basti pensare che l’udito è il primo senso a svilupparsi in un feto), non ha barriere linguistiche ed è incredibilmente immediato. Il cervello umano è infatti in grado di processare uno stimolo sonoro molto più rapidamente di un immagine, ed una ricerca Ipsos del 2021 riporta che oggi un brand dotato di una propria identità sonora è 8.5 volte più riconoscibile rispetto ad uno esclusivamente visivo.

Allora, possiamo integrare il suono nelle dinamiche comunicative e di branding di un azienda? 
La risposta è sì... ed in vari modi!

Intanto, includere una audio strategy nei propri processi può essere un ottimo punto di partenza. Poi, a seconda delle esigenze comunicative specifiche del brand (dove comunica? Quando? Perché?) si può capire se esistono ad esempio dei touchpoint potenzialmente utili al brand che non sono attivi e che potrebbero invece essere coinvolti tramite l’impiego di strumenti di audio branding, o se un podcast aziendale possa essere efficace nel comunicare ciò che desideriamo.

Per fare un esempio concreto di touchpoint aziendali scarsamente valorizzati, penso sempre al mondo del banking. Ogni gruppo bancario ha un certo numero di bancomat in giro per la città che offrono esperienze totalmente asettiche. Sono touchpoint totalmente ignorati nelle strategie del brand (o così sembrerebbe). Ne usciamo e non ci ricordiamo neanche presso che istituto abbiamo ritirato i nostri soldi. Tramite una giusta declinazione del DNA sonoro del brand, l’experience potrebbe, al contrario, essere memorabile e distinguere il brand in modo significativo creando preferenza e dando grande riconoscibilità allo stesso.

L’audio branding altro non è che il branding fatto con il suono.

Pensate al DNA di un brand, al suo logo e alla sua identity visiva e traducetelo in suono. L’identità sonora di un brand può essere di fondamentale supporto a quella visiva e addirittura sostituirla laddove il touchpoint brand-utente non fosse visibile.

L’audio branding fa sentire il brand anche ad occhi chiusi.

Un esempio emblematico, sebbene non recentissimo, fu quello di Intel che, producendo un prodotto invisibile come un processore informatico nascosto dentro ai computer, comprese che se anche non fosse stato possibile mostrarsi, avrebbe potuto farsi sentire. Quell’audio logo che si palesa all’accensione di qualsiasi dispositivo informatico con processore Intel dà un significato concreto a quel payoff “Intel Inside” che altrimenti rischierebbe di perdersi. E la storia va avanti con esempi di identità sonore (qui si parla di loghi sonori… ovvero il corrispettivo audio di un logo visivo) di grandissimo successo come quelle ultra note di Netflix, McDonald’s o BMW.

Queste forme di comunicazione sono diventate così significative da diventare il punto di maggiore comunicabilità di molti brand che hanno saputo fare un ottimo uso dell’Audio Branding. Pensate all’ultima ed intelligentissima campagna pubblicitaria di Publicis per Netflix, in cui l’audio logo del brand viene canticchiato dai protagonisti dello spot e diventa l’elemento di massima riconoscibilità Netflix. Quel suono, nella campagna ci dice “hey, è il momento di vedere un film…it’s Netflix time!”.

Ma questo è solo un esempio di come implementare le strategie aziendali con l’audio, pensate ora al podcasting come forma senza scadenza di storytelling aziendale, al potenziale utilizzo di brand voice riconoscibili e che ogni azienda potrebbe avere per essere identificata alla prima sillaba… alle enormi possibilità offerte dall’audio 3D che, non a caso, è stato implementato da Sony sulle nuove Playstation o da Mac su tutti i nuovi computer.

Non siete ancora convinti? Nelle prossime tappe della rubrica Sound On cercheremo di mostrarvi nel dettaglio come utilizzare l’audio nelle vostre strategie ed entreremo ancora più nel vivo di questa grande rivoluzione. Alla prossima!


Sito: Evoke The Spectrum 
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