Un caffè con… Simone Coggi – General Manager

Simone Coggi è General Manager della sede di Milano di Triumph Group International.

Prima di approdare in Triumph, ha fatto lo scout, il laureato in economia, il giornalista, il producer, il creativo, l’account in alcune tra le più importanti agenzie di eventi italiane.

Buon caffè del martedì!


La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione

1 – Nel mondo degli eventi, hai avuto una carriera variegata che è partita da lavori diversi come giornalista e producer, fino a diventare oggi General Manager di Triumph Milano. Puoi raccontarci il tuo percorso professionale, da quando hai iniziato fino ad oggi? Quali sono le qualità e le esperienze che ritieni fondamentali per avere successo nel nostro mestiere, e cosa hai fatto personalmente per raggiungere la posizione che occupi oggi?

Diciamo che il mio lavoro ha scelto me. Io da piccolo avevo due sogni: volevo lavorare alla Ferrari e fare le pubblicità. Ho fatto un anno di ingegneria per progettare automobili, ma non ha funzionato… allora l’anno successivo mi sono iscritto ad Economia per… provare a comprarmele!

Solo che, una volta laureatomi, non avevo voglia di fare la carriera in azienda, e ho iniziato a fare il giornalista, scrivendo di auto e di moto da freelance. Nel frattempo un amico che faceva il direttore di produzione in Filmmaster mi ha coinvolto come suo assistente per videoclip e pubblicità ed eventi. Sono poi finito in Piano B dove mi sono fermato per qualche anno. Ma ho continuato a cambiare: da producer che ero, sono passato al reparto creativo, perché mi piaceva scrivere, finché ho portato il mio primo cliente e sono diventato account. E poi altri clienti, altre agenzie (DPR, Input, Next) e così via. E se da piccolo volevo lavorare in Ferrari e fare la pubblicità, ci sono andato vicino: ho fatto dei grandi eventi per la Ferrari…

È stato un percorso certamente non lineare; ma la mia professione attuale la devo a questa pazza varietà di esperienze, che un po’ per caso e un po’ per curiosità – e tanto lavoro – mi hanno portato a vedere tanti lati diversi del nostro mondo. Il segreto del nostro mestiere sta nella gioia di imparare sempre cose nuove: una competizione sempre più feroce richiede di essere affrontata con tante e sfaccettate competenze.


2 – Nel nostro settore è fondamentale il lavoro di squadra. In un team coesistono risorse molto specializzate e figure poliedriche. Come vedi l’equilibrio tra queste due dimensioni nel mondo degli eventi? Qual è il segreto per lavorare efficacemente in un team di professionisti?

Io interpreto il lavoro di squadra in modo “cartesiano”, contemperando i due aspetti che vanno in direzioni diverse. Da una parte c’è la professionalità, la preparazione, il fatto di saper fare il proprio lavoro in modo eccellente. Servono creativi intelligenti e vulcanici, account ostinati e accattivanti, operativi competenti e meticolosi. E servono sempre di più, perché in un mercato maturo come il nostro le differenze si misurano in millesimi, non in metri, e bisogna essere davvero bravi. Chiamiamo questo aspetto la PROFONDITÀ.

Dall’altra parte c’è l’apertura mentale e la trasversalità, che chiamerei ESTENSIONE. Facciamo un lavoro così sfaccettato e interdisciplinare che se non è frutto di una collaborazione molto spinta, semplicemente non funziona. Non si vincono le gare, non si fanno felici i clienti. E quindi occorre che il creativo sappia che ci sono implicazioni tecniche nelle sue idee, che l’account sappia indirizzare le scelte tecniche, e che il producer abbia sensibilità artistica nel modo in cui organizza una produzione, e così via.

Le buone idee possono – anzi devono – venire da qualsiasi parte, ed è per questo che servono persone TRIDIMENSIONALI, curiose e aperte, che operino in un ambiente di lavoro in cui la condivisione e l’interdisciplinarietà vengano facilitate e valorizzare. Abbasso gli individualisti, viva gli empatici a tutto tondo.


3 – Il nostro è uno dei lavori più belli al mondo, ma allo stesso tempo è uno dei lavori più faticosi e a volte anche ingrati. Puoi spiegarci cosa significa per te fare il nostro lavoro e come dovrebbe essere interpretato? Quali sono le fonti di soddisfazione più significative che trai dal tuo mestiere e che messaggio positivo vorresti trasmettere alle nuove generazioni interessate a intraprendere questa carriera?

Lo diciamo spesso, noi del nostro mondo, che il nostro lavoro è il più bello del mondo… a volte magari è un modo per darci coraggio. Però una cosa è vera: è una disciplina che prende dei pezzetti da tutte le discipline, e questo è molto bello.

In un evento c’è teatro, televisione, moda, alta cucina, architettura, viaggio, arredamento, musica, cinema, scrittura. Ma anche edilizia, supporto psicologico, pronto soccorso! É davvero una professione per la quale serve saperne un po’ di tutto, perché gli eventi sono dei piccoli “momenti di vita” in cui le persone devono ritrovarsi, e trovare appigli emotivi e intellettuali di ogni tipo, che risuonino e rimangano impressi. 

Per farlo bene bisogna però avere uno spirito di servizio in cui davvero la soddisfazione del cliente o dell’ospite siano al primo posto: di conseguenza, la fatica di fare il lavoro al massimo delle proprie possibilità, di fare tardi per chiudere un progetto, di indagare soluzioni nuove, più belle, più efficienti, diventa uno strumento di soddisfazione e di goduria, e non una cosa brutta. Il nostro lavoro è faticoso, ma il modo per renderlo fighissimo è a portata di mano, ci vuole passione, positività, entusiasmo. Se si cade nella routine, si muore.


4 – Hai accennato agli eventi per Ferrari. Potresti raccontarci più nel dettaglio una di queste questa esperienze, evidenziando le difficoltà che hai affrontato e le soddisfazioni che hai ottenuto da quel progetto in particolare?

Il lancio della Ferrari Portofino a Portofino è il mio evento del cuore, quello che mi ha messo più in difficoltà e che poi mi ha dato la soddisfazione più grande, oltre ad insegnare tantissimo a me e ai miei compagni di ventura.

È stato davvero – come si usa dire oggi – il mio Everest, solo che è stata talmente dura che forse qualcuno di noi ci ha anche rimesso un paio di dita, per arrivare in cima alla vetta. Per un paio di mesi non abbiamo quasi dormito, ogni giorno succedeva qualcosa che avrebbe fatto saltare l’evento. Dalle difficoltà burocratiche, a problemi tecnici insormontabili, ad aumenti di spesa insostenibili, oltre a meteo e mare che non permettevano quasi di salire sulla piattaforma, nei giorni precedenti.

Poi, come per magia – a teatro si apre il sipario e lo spettacolo va in scena anche se nel backstage si sono consumati dei drammi – il giorno dell’evento tutto si è incastrato alla perfezione: mare calmo, lieve brezza di settembre, uno show stupendo, il cliente felice. Ancora quasi mi commuovo quando ci penso.


5 – Se avessi un super potere, quale sarebbe e come lo utilizzeresti sul tuo lavoro?

Sono sincero: darei qualsiasi cosa per poter soddisfare la curiosità, quando si consegna una gara, di vedere i progetti delle altre agenzie, sia che si abbia vinto… sia soprattutto che si abbia perso!


Credits

Intervistatore: Sara Fuoco
Instagram: @sarafuoco
LinkedIn: Sara Fuoco

Intervistato: Simone Coggi
LinkedIn: Simone Coggi

Illustrazione di: Carlotta Egidi
Instagram: @carlottaegidi89