Siamo entusiasti di presentarvi una nuova rubrica pensata per chi vive il mondo degli eventi: una selezione di libri che possono trasformarsi in veri e propri manuali di sopravvivenza. A guidarci in questo percorso è Daniela Sette, Head of Growth in Just People, una professionista del settore eventi e appassionata lettrice, che ogni mese ci accompagnerà tra spunti pratici e riflessioni ispirazionali.
La rubrica nasce con un obiettivo molto semplice: essere utile e ispirare. Recensirò libri che, per gli event addicted, possono diventare veri e propri manuali di sopravvivenza. Perché nei libri, spesso, si nascondono risposte che non troviamo altrove: a volte vere e proprie illuminazioni o almeno, così è successo più volte a me.
Diciamocelo: fare eventi è un mestiere meraviglioso, ma non esiste un libretto di istruzioni ufficiale. Questa rubrica nasce proprio da qui: dall’idea che, se non esiste un manuale unico per questo lavoro, allora possiamo costruircelo pezzo dopo pezzo, libro dopo libro.
Slow Productivity di Cal Newport
In un mondo che va a tutta velocità, non potevo che partire da un libro che invita a rallentare: Slow Productivity di Cal Newport.
Ho amato questo libro perché parte da una domanda tanto semplice quanto cruciale: come si misura davvero la produttività nel lavoro intellettuale? Una domanda che, per chi lavora nel mondo degli eventi, suona più che familiare.
La Slow Productivity è una filosofia per organizzare il lavoro cognitivo in modo sostenibile e significativo, basata su tre principi fondamentali:
– Fare meno, concentrandosi su ciò che conta davvero.
– Lavorare a un ritmo naturale, rispettando cicli di energia e attenzione.
– Essere ossessionati dalla qualità, accettando che il lavoro ben fatto richieda tempo.
Questo approccio si affianca a movimenti come Slow Food, Slow Cities, Slow Schooling e Slow Medicine, tutti accomunati da una visione culturale più ampia: fare le cose in modo più umano e meno frenetico. Applicata alla produttività, questa filosofia propone una concezione più lenta, ma anche più profonda, di cosa significhi davvero “essere produttivi”.
Il libro si sviluppa in tre capitoli, ciascuno dedicato a uno dei principi, spiegando in modo concreto come applicarli nel lavoro quotidiano. Newport mostra anche i benefici che ne derivano, attraverso esempi di professionisti che hanno costruito carriere solide proprio grazie a questo approccio. La Slow Productivity non resta teoria: è pensata per essere attuabile, con idee che possono essere messe in pratica fin da subito.
Come scrive lo stesso Newport:
“Il mondo del lavoro cognitivo manca di idee coerenti su come i nostri sforzi dovrebbero essere organizzati e misurati. L’uso dell’attività visibile come indicatore del lavoro utile è stato, nel migliore dei casi, un rimedio temporaneo. Il modo in cui lavoriamo non funziona più.”
È necessaria, quindi, una riflessione più intenzionale su ciò che chiamiamo “produttività” nel lavoro intellettuale, partendo dalla premessa che questi sforzi debbano essere sostenibili e coinvolgenti per chi lavora. La Slow Productivity è un esempio di questo approccio e, forse, non dovrebbe essere l’unico.
Il libro si chiude con una provocazione difficile da ignorare: “Abbiamo provato un approccio veloce per almeno gli ultimi settant’anni. Non funziona. È giunto il momento di provare qualcosa di più lento.”
Una riflessione che, nel mondo degli eventi, vale più che mai.
La rubrica continuerà ogni mese con un libro nuovo da scoprire, spunti pratici e riflessioni per chi vive il mondo degli eventi. Restate con noi: il viaggio libro dopo libro è appena iniziato.
