Fare eventi significa far accadere le cose. È il lavoro quotidiano delle agenzie: immaginare progetti, mettere insieme competenze diverse, coordinare energie e trasformarle in qualcosa di concreto. Ma quando queste stesse competenze vengono messe al servizio di un obiettivo che può generare valore anche per la società, il senso del nostro lavoro cambia prospettiva. È da questa consapevolezza che nasce Unbarrier, un progetto dedicato a rendere i luoghi dell’Ho.Re.Ca. più accessibili e inclusivi, sviluppato grazie alla collaborazione tra Just People e YAM112003. Due agenzie che hanno scelto di unire visione, risorse e capacità progettuale per contribuire ad accendere un faro su un tema che riguarda tutti.
La conferenza stampa di lancio, patrocinata dal Comune di Milano e da Confcommercio, ha segnato il primo passo di questo percorso e ha generato da subito una grande attenzione mediatica e istituzionale. Un segnale importante che dimostra quanto il tema dell’accessibilità e dell’inclusione sia oggi sempre più centrale nel mondo dell’ospitalità, degli eventi e dell’esperienza.
Da qui parte la conversazione con chi ha scelto di sostenere e sviluppare il progetto Alessia Tousco Managing Director production hub & Founder di YAM112003 e Antonio Ferrara CEO & Founder Just People.
1 – Unbarrier nasce con l’obiettivo di rendere bar e ristoranti più accessibili e inclusivi. Cosa vi ha spinto, come Just People e YAM112003, a dare forma concretamente questo progetto e quale valore avete riconosciuto in questa iniziativa dal punto di vista culturale e professionale?
Alessia Tousco: UNBARRIER nasce da una domanda molto semplice: cosa succede se le competenze che utilizziamo ogni giorno per costruire esperienze vengono messe al servizio di un bisogno reale?
Come YAM112003 (e Just People) lavoriamo da sempre su progetti che mettono al centro le persone e abbiamo avuto modo di constatare che spesso l’inclusione resta un principio dichiarato, non sempre tradotto in azioni concrete. Con UNBARRIER abbiamo voluto fare un passo in più: dimostrare che passare dalle parole ai fatti è possibile e lo abbiamo fatto costruendo uno strumento utile per i luoghi dell’ospitalità. Il valore che abbiamo riconosciuto è duplice. Da un lato culturale, perché contribuiamo a rendere visibile un tema ancora poco affrontato in modo sistemico, quello dell’accessibilità nei luoghi della quotidianità.
Dall’altro professionale, perché ci permette di far evolvere il nostro ruolo: non solo agenzie che comunicano, ma soggetti che progettano soluzioni e attivano cambiamento. In questo senso UNBARRIER si inserisce in una logica di civic brand: crediamo che oggi i brand — e anche chi lavora con loro — possano avere un ruolo attivo nella società, generando impatto reale e costruendo relazioni più autentiche con le persone. Questo progetto è un primo passo concreto in quella direzione.
2 – Bar, ristoranti ma anche gli eventi sono luoghi di socialità e condivisione. Quali sono, secondo voi, alcune attenzioni concrete che possono davvero fare la differenza per rendere questi contesti più accessibili e accoglienti per tutti?
Antonio Ferrara: Bar, ristoranti ed eventi sono, per definizione, luoghi di socialità. Proprio per questo l’accessibilità non può essere un elemento accessorio: è ciò che determina chi può davvero prendere parte a quell’esperienza. Il punto di partenza è prima di tutto culturale. Parlare di accessibilità significa adottare uno sguardo diverso sulla progettazione, che tenga conto fin dall’inizio della pluralità delle persone e dei loro bisogni. È quella che possiamo definire una vera e propria cultura dell’accessibilità: non un insieme di regole, ma un approccio che orienta le scelte. Da qui derivano anche le attenzioni più concrete: spazi facilmente fruibili, percorsi chiari, assenza di barriere fisiche, ma anche elementi meno visibili come un linguaggio inclusivo, informazioni accessibili e personale formato ad accogliere esigenze diverse. Negli eventi, questo si traduce nella progettazione dei flussi, nella leggibilità dei contenuti, nell’attenzione ai diversi livelli dell’esperienza — visiva, uditiva, sensoriale. Sono dettagli, ma sono quelli che determinano se un’esperienza è davvero condivisa o solo potenzialmente aperta a tutti.
Quando la cultura dell’accessibilità entra nel processo progettuale, cambia la qualità complessiva dell’accoglienza. E rende ogni luogo, ogni evento, semplicemente migliore.

3 – Il mondo degli eventi e delle attivazioni di brand lavora sempre più sulla progettazione dell’esperienza. Quanto pensate che il tema dell’accessibilità possa diventare parte integrante dell’experience design, contribuendo a creare eventi più inclusivi e consapevoli?
Alessia Tousco: Oggi parlare di experience design senza parlare di accessibilità è, semplicemente, progettare a metà. Per anni abbiamo costruito eventi sempre più spettacolari, immersivi, memorabili. Ma la vera domanda è: per chi lo sono davvero? Se una parte delle persone resta esclusa – fisicamente, sensorialmente o culturalmente – quell’esperienza non è completa. L’accessibilità non è un layer da aggiungere alla fine, né un tema “etico” separato: è una leva progettuale. Ti obbliga a ripensare tutto: dagli spazi ai contenuti, dal linguaggio ai touchpoint. E, proprio per questo, alza la qualità complessiva dell’esperienza.
Chi lavora negli eventi lo sa: i vincoli spesso generano le idee migliori. E l’inclusione è uno di quei vincoli che ti aiuta a essere più attento, più creativo, più rilevante. Per questo crediamo che l’accessibilità diventerà sempre più un nuovo standard dell’experience design, non un’eccezione. E progetti come UNBARRIER servono proprio a questo: aiutare il mercato a fare questo passaggio in modo concreto, non teorico e, perché no, anche più contemporaneo e rilevante.

4 – Unbarrier nasce nel mondo Ho.Re.Ca., ma porta con sé un messaggio più ampio. Quale cambiamento culturale sperate possa generare nel tempo anche nel settore degli eventi e dell’ospitalità?
Antonio Ferrara: Il messaggio di UNBARRIER è semplice, ma potente: vogliamo diffondere la cultura dell’accessibilità attraverso soluzioni concrete. Nel mondo Ho.Re.Ca. abbiamo identificato criticità reali e sviluppato strumenti pratici, dai kit di accessibilità agli strumenti di supporto, per rendere ogni spazio più fruibile a tutti. Ma il progetto va oltre. Crediamo che il settore degli eventi possa diventare un vero acceleratore di cambiamento culturale: ogni evento progettato in modo inclusivo diventa un’occasione per rendere naturale l’accessibilità, trasformando una buona pratica in uno standard condiviso.
In questo senso, UNBARRIER non è solo un progetto Ho.Re.Ca.: è un invito a ripensare il modo in cui accogliamo le persone, e a fare della cultura dell’accessibilità un principio guida, applicabile a ogni luogo e a ogni esperienza.
